Una notte all’improvviso mi ritrovo tra la folla in piazza Duomo a Milano. Persone che gridano e cantano vestite di una maglietta azzurra. Lo sguardo dei giovani felici, le coppie che si abbracciano, le bandiere che sventolano con la costanza di un orologio che scandisce il tempo. Quello che abbiamo atteso da decenni. Incrocio lo sguardo di un passante indifferente, sembra voler dire: “Ma guarda questi matti in giro all’una di notte a far casino”. Sorrido e resto lì, impassibile a guardare quei ragazzi. Intono qualche inno ma perlopiù osservo. Sono felice dentro. Sarà l’età, sarà l’emozione, sarà l’assenza di mio figlio in gita e dei miei amici con i quali condivido la passione per il Napoli. Mi chiedo cosa significhi gioire per una squadra che tira calci a un pallone e che rappresenta la tua città natale. Mi do la solita risposta. L’amore per le radici e la cultura che quella squadra e quella città rappresentano. Quel grido che tengo dentro è l’amore per la gioventù vissuta a tirar calci a un pallone nelle strade di una città speciale. Dove i vicoli dei quartieri spagnoli si confondono con le vie più curate della Napoli bene. Dove intelligenza e furbizia convivono con generosità e cazzimma. Dove la povertà dignitosa sfida la ricchezza ostentata. Dove un italiano forbito abbraccia un dialetto ricco di storia e buon senso.
Guardo i video che mi inviano gli amici e vedo persone festanti alla follia. Mi spiace non essere lì con loro a ballare e cantare. Mi consolo che qui a Milano ho modo di gustare e indagare appieno le mie emozioni. E di fare la scoperta che Napoli non è solo un luogo ma un sentimento. Un sentimento che si sostiene sulle spalle di giganti che hanno fatto la storia della città. Greci, Romani, Arabi, Svevi, Spagnoli, Francesi, Austriaci …un minestrone di culture classiche e dell’età moderna, quelle che hanno reso la città così ricca di modi di essere e contraddizioni.
Ma mi vengono in mente altri giganti, più vicini a noi ma non meno fondanti del nostro essere. Una batteria di pilastri dell’anima che hanno forgiato le nostre coscienze di napoletani.
Uno su tutti, Totò. Quanto sarebbe stato felice di vivere questo scudetto tra noi, accompagnandoci nei momenti di attesa, ansia e delusione. Con quello sguardo misto di ironia e sfottò che alleggerisce la vita. Un’arma non violenta di difesa dell’anima. Stavolta però avrebbe riso, di quella risata che gli faceva saltellare il corpo e il viso obliquo come la nostra città. Stanotte da Mergellina a Capodimonte un’unica festa di colori e luci. Una notte resa giorno. Un giorno della settimana qualunque eretto ad anniversario dello spirito calcistico di un popolo.
E cosa avrebbe fatto e detto Massimo oggi? Il suo sguardo dolce e pieno d’amore per la città, la sua ironia senza fine, il suo sprezzante cinismo e la sua vena malinconica avrebbero testimoniato un amore senza eguali. Scusate il ritardo, ricomincio da tre. La sua filmografia sembra fatta per celebrare questo giorno. E la starà celebrando anche lui, in una carrozza dove portare in trionfo il Napoli e ciò che rappresenta, altro che calesse.
E poi Pino. Colui che ha dato voce alla nostra anima nelle prime canzoni dialettali popolari nella musica leggera. Colui che ha costruito la nostra identità di napoletani di fine millennio. Yes I Know My Way! Benzina per il nostro sentirci protagonisti di una cultura unica. Probabilmente avrebbe scritto una nuova canzone, ci avrebbe spronato a riprovarci ancora. Un Keep On Moving alla città e alla squadra per ripetersi e migliorarsi. Sempre.
E infine il papà di noi tutti. Eduardo. Un uomo che è riuscito a tradurre in arte il nostro spirito. Lo immagino in scena sventolare una bandiera del Napoli a fine rappresentazione. Lo immagino commentare il traguardo ottenuto con mitezza e sarcasmo, con consapevolezza e scherno. Perché nessuno come lui ha conosciuto e regalato lo spirito di Napoli agli italiani e al mondo.
Assorto nei miei pensieri il tempo passa veloce. Sono quasi le due e mi aggiro in scooter intorno a Piazza San Babila. La città che di giorno miscela laboriosità e voglia di crescere sembra impietrita di fronte ad auto e moto sonanti che minacciano il suo meritato riposo. Incontro diversi tifosi del Napoli, li riconosco perché un colpo di clacson diventa il saluto di un fratello. Con lo sguardo perso nella notte ma lucido nelle emozioni. Gli occhi di una persona che stanotte si sente qualcuno perché parte di un’idea e di un sentimento.
Mi fermo per guardare il telefono. Leggo di scene di gioia di tifosi del Napoli a Torino, Londra, New York, Tokio, Buenos Aires. Una festa globale che mi sorprende e mi fa capire come la napoletanità sia ovunque nel mondo. Emigrata ma anche tramandata, educata, vissuta nell’anima più che nei luoghi. E ovunque gli amanti del Napoli si radunano e gioiscono. Sono tanti, più di quanto si creda. Stanotte è la loro notte, anche di quelli che non hanno mai messo piede nella città ma che ci passeggiano ogni giorno nel loro cuore.
Torno a casa felice. Mia moglie e mia figlia dormono da ore. Mio figlio in gita è lontano ma è come se fossimo abbracciati. Vado a letto anche se non sono stanco. Oggi a rendermi sereno ci ha pensato il Napoli. E chiudo gli occhi pensando a un sogno che da stanotte è vero.

