di Maria Vittoria Picone
IO LAVORO E PENSO A TE
Salire le scale del San Paolo nel maggio del 1987, farsi spazio in quel corpo caldo e azzurro, quell’unico corpo composto da tanti pezzi, tutti diversi, fu come salire sul palco di un cinema e passare attraverso la tela, entrare in un film. Avevo sedici anni e quel film avevo cominciato a sognarlo da poco, ma quella scenografia accoglieva mille altri riscatti.
Lo sapeva mio padre che, per scaramanzia, aveva sempre mantenuto un atteggiamento controllato e quel 10 maggio stappò sul balcone la bottiglia di spumante, che teneva conservata per l’occasione; lo sapeva mia madre, che rimase dietro il vetro a piangere.
L’undici maggio del 1987, fuori allo stadio, sulle auto, sui palazzi napoletani c’era un’unica scritta: IO LAVORO E PENSO A TE, per provare a spiegare ancora una volta l’orgoglio di questo amore.

